Progetti | Opere


RILEGGENDO ANTIGONE
LA LEZIONE DI ANTIGONE: un dialogo tra passato e presente

A cura di Adolfina de Stefani
Con la presenza di Mena Mitrano (Università Cà Foscari Ve)
Considerando Polinice un traditore, Creonte ordina con un editto che il suo cadavere rimanga insepolto. Ma Antigone, mossa dall’affetto di sorella e appellandosi alle leggi divine che impongono pietà per i morti, disobbedisce al decreto del nuovo re. Dopo aver inutilmente tentato di coinvolgere nell’azione la timorosa sorella Ismene, esce di notte fuori le mura, si reca sul luogo ove è stato portato il cadavere di Polinice e gli dà una simbolica sepoltura cospargendolo di polvere. Sorpresa dalle guardie di Creonte, viene portata alla presenza del re, dinanzi al quale rivendica con fierezza la legittimità del suo gesto: ella ha sì violato l’editto del sovrano, ma ha inteso obbedire alle leggi degli dei: leggi “non scritte, inalterabili, fisse, che non da ieri, non da oggi esistono, ma eterne” e perciò di gran lunga superiori alle leggi dei mortali. Creonte, adirato ma incapace di replicare alle argomentazioni della fanciulla, ordina che sia rinchiusa in una grotta fuori città.
Invano suo figlio Emone, fidanzato di Antigone, cerca di intercedere per lei: il dispotico Creonte è sordo anche alle sue preghiere. Solo quando Tebe è colpita da una serie di eventi infausti e l’indovino Tiresia spiega che essi sono dovuti alla collera degli dei, il re concede infine che a Polinice siano resi gli onori funebri. Vorrebbe anche liberare Antigone, ma è troppo tardi: la fanciulla si è tolta la vita impiccandosi; lo stesso Emone, alla vista della fanciulla morta, si suicida; e anche Euridice, la moglie di Creonte, quando apprende che ha perso suo figlio, pone fine ai suoi giorni. A Creonte, solo e disperato, non resta che vivere nel dolore.
(Voce “Antigone” di Massimo di Marco, Treccani.it)

Antigone oggi, è una giovane profondamente consapevole del contesto sociale nel quale si muove.
È priva di illusioni, ma non le manca il coraggio.
Il coraggio di opporsi anzitutto, anche con mezzi illeciti se necessario, all’ingiustizia che colpisce i
propri cari.
Ma, soprattutto, il coraggio di rivolgersi al mondo con voce forte e chiara, chiedendo conto di quanto sta avvenendo ed esigendo un cambiamento.

Antigone today is a young woman who is deeply aware of the social context in which she moves.
She is without illusions, but she does not lack courage.
The courage to oppose first, even by illegal means if necessary, the injustice that affects their loved ones.
But, above all, the courage to address the world with a loud and clear voice, asking for an account of what is happening and demanding change.


2024

PERDERSI NEL LABIRINTO – 100 opere a confronto tra archeologia e contemporaneità | 28 settembre 2024 – 6 gennaio 2025
MUSEO NAZIONALE CONCORDIESE DI PORTOGRUARO (VE)

L’intento dei due artisti è quello di confrontarsi con i luoghi del passato e fornire un dialogo con l’arte contemporanea.
Partendo dal presupposto che la bellezza è stata da sempre considerata un pilastro nel mondo dell’arte e della cultura, l’archeologia sottende questo concetto nella maniera più ampia.
L’incanto che emanano le opere d’arte e i manufatti archeologici ci portano a viaggiare nel tempo e nella storia delle civiltà antiche, offrendoci una visione più intima delle loro credenze, e filosofie di vita.
I due artisti come attori di uno spettacolo trasformano il palcoscenico espositivo nel simbolo del loro eterno interrogarsi e dialogano in una perfetta interrelazione tra il passato e presente.
Ecco che camminare su quello che rimane di un pavimento o parti di pavimento a mosaico non possono essere indifferenti nell’immaginare i popoli che hanno attraversato quelle preziose tessere, e farle rivivere attraverso la loro l’immaginazione.


NUVOLE 2024 – olio su tela cm 90×160


MARE NERO 2024 – olio su tela 40×50 cm
E il naufragar m’è dolce in questo mare (Giacomo Leopardi)


VISIONI ALTRE GALLERY
WAR/guerra – Impotenza dei popoli
Guerre: come i potenti diventano superpotenti | Chi le vuole e chi le fa: analisi dei primi 23 anni del 2000 | Narrazione e contro-narrazione: le falsità del giornalismo. Esposizione: 20 gennaio – 16 febbraio 2024

IL GRANDE RESET 2024 – olio su tela, foglia d’oro, dollari


2023

IRONIA E UTOPIA – Giustizia ed ingiustizia negli attuali conflitti sociali
Di estrema urgenza è oggi il tema dell’UTOPIA in un profondo momento di crisi sociale, economica ed “ecologica” entro il quale l’intero pianeta è diventato una vera e propria “installazione turistica”, che il sovraffollamento turistico post pandemia, feroce e incontrollabile, ha trasformato in uno spettacolo uniforme-informe.
Quale migliore strumento dell’IRONIA possiamo quindi utilizzare per ammettere, digerire (e non soccombere) a tanto scempio?
“Venite dunque! Venite popoli di ogni nazione, con i vostri bagagli ingombranti e i vostri gelati in mano! Venite a violentare senza sosta le nostre città d’arte, l’inesauribile bellezza dei capolavori del genio italiano. In fondo appartiene a noi non più di quanto appartenga a voi. Dopotutto…chi stabilisce di chi sia la bellezza?



BLUE NOEL 2023/2024 – Collezione Privata
il torpido, il sociale, quello sfacciatamente commerciale,
il rumoroso (essendo il bar aperto fino a mezzanotte),
e l’infantile.
Ben diverso è quello del bimbo
che crede ogni candela una stella, e l’angelo dorato
spieganti l’ale alla cima dell’albero
non solo una decorazione, ma anche un angelo.


MAC GUARCINO – MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA del piccolo formato
acquisizione dell’opera “TRASPARENZA”
2006


LIBRO D’ARTISTA – LIBERTA’ foto di Paola Caramel


2022 IRONIE E UTOPIE
Adolfina De Stefani – Antonello Mantovani

– Potresti dirmi, per favore, quale strada devo prendere per uscire da qui? – Tutto dipende da dove vuoi andare

La citazione di L. Carroll tratta da “Alice nel paese delle Meraviglie” sembra suggerita appositamente per introdurre la mostra Ironie e Utopie di Adolfina De Stefani e Antonello Mantovani. Trovandosi infatti al cospetto dell’esposizione, la prima impressione è quella di entrare in un luogo dall’atmosfera favolistica, dove la gioia (sottesa), il colore (con predominanza di rosso) e il gioco si manifestano in un perfetto equilibrio.
Ma le apparenze a volte ingannano e per parafrasare Carroll…tutto dipende da cosa/come si vuole guardare.
Un fruitore appena più attento si accorgerà dell’ironia che pervade l’intero lavoro, offrendo una chiave di lettura metaforica che ne svela gli aspetti simbolici filtrati da un sottile giudizio critico, creando inevitabilmente uno “spostamento” di significato.


I GIOCHI DI ALICE 2014 | olio su tela, cm 130 x 170

La coppia De Stefani – Mantovani non è nuova a questo genere di approccio artistico, tutt’altro. Spesso le loro opere perseguono una riconfigurazione del tempo presente attraverso messaggi visivi giocosi e taglienti, talvolta provocatori, in un’orchestrazione perfetta tra memoria e futuro, tradizione e contemporaneità.

Attratto da immagini e concetti che sono parte di una prospettiva culturale condivisa, il visitatore viene accompagnato nel percorso senza che ne abbia consapevolezza, fino a percepire, verso la fine, una sensazione di spaesamento e la conseguente facoltà di ipotizzare altri/nuovi significati.

In Ironie e Utopie si compie un’indagine che riguarda taluni meccanismi della società contemporanea, puntando l’obiettivo sulla vacuità di quei comportamenti umani che perseguono – assurdamente, secondo la coppia – un ideale organizzato e precostituito basato su verità antropologiche fittizie. Da qui la necessità di esporre un piano – seppur squisitamente personale – di rivisitazione ironico-burlesca della realtà.


L’ATTESA 2014 | olio su tela, cm 100×100

Come attori di uno spettacolo che non ha mai fine, i due artisti non scindono dalle loro opere, trasformando il palcoscenico espositivo nel simbolo del loro eterno interrogarsi e dialogare, nel lavoro e nella vita, in una perfetta interrelazione.
Addentrarsi nel loro mondo di poesia-gioco-utopia a inventari nuovi scenari possibili è un “esercizio” che andrebbe imposto: per guardarsi indietro con lucidità e riconoscere ciò che di più profondo e autentico merita di essere conservato; per adattarsi ai tempi che cambiano con la giusta dose di permeabilità e distacco; per approcciarsi a qualunque domani senza prendersi troppo sul serio.
Paola Caramel


IRONY AND UTOPY
Adolfina De Stefani – Antonello Mantovani

– Potresti dirmi, per favore, quale strada devo prendere per uscire da qui?
– Tutto dipende da dove vuoi andare

L. Carroll’s quote taken by “Alice in Wonderland” seems to be perfect in order to introduce the exhibition “Irony and Utopy” by Adolfina De Stefani and Antonello Mantovani.
The first impression is to enter in a place of fabled atmosphere, where happiness (subtended), colour (especially red) and game are perfectly balanced.

However appearances often mislead and, in order to Carroll… all depend by what/how people want to see.
A more careful user will notice the irony which pervade all the work, offering a metaphorical interpretation key which reveal the symbolic aspects filtered by a thin, critical judgment, giving birth to a “transfer” of meaning.

The couple De Stefani – Mantovani is not new for this artistic approach.
Frequently their works persue a re-configuration of time which appear thanks to visual and ironic messages, in a perfect orchestration between past and future, tradition and contemporaneity.
Attracting by images and concepts, which are part of a cultural perspective, the visitor is accompanied throughtout the way without any awareness until perceiving, in the end, a sensation of disorentation and the resulting ability to suppose other/new meanings.

In Irony and Utopy there is a survey of comtemporary social mechanism, focusing the goal in the vacuity of human behaviours, which persue – absurdly according to the couple – an organized and pre-established imaginary, based on fake and anthropological truth.
According to this, the necessity to exhibit a plan – even though personal – of new ironic interpretation of reality.

Like actors of an exhibition that never ends, the two artists don’t distinguish from their works, changing the expositive stage in a symbol of the constantly asking and talking, in work and life, in a perfect interrelationship.
Penetrating their poetic, ironic and utopic word until inventing new possible stages, is an exercise which might be imposed: in order to look back with lucidity and reconize what can be conserved; to penetrate times which change with a perfect dose of permeability and estrangement. For approching to whatever tommorow without taking seriously.
Paola Caramel


IRONIA ed UTOPIA 2022

L’artista è un politico, attento agli eventi
strazianti, ardenti o dolci del mondo, si plasma
completamente a loro immagine. […]
La pittura non è fatta per decorare appartamenti.
È uno Strumento di guerra.
Pablo Picasso

LETTERE MAI ARRIVATE 2021 – lamiera di zinco cm 20×20

Non abbiamo cominciato mai
Ci siamo amati sempre
E poiché noi ci amiamo
Vogliamo liberare gli altri
Dal gelo della loro solitudine.
Paul Éluard


2021 L’ironia e l’utopia di Adolfina e Antonello

scrive Francesca Brandes giornalista, saggista e curatrice d’arte

Penso al rinoceronte di Pino Pascali e alla confessione dell’artista a Carla Lonzi, apparentemente ingenua, ma profonda: “Quella bestia lì, oltre ad essere un rinoceronte – bofonchiava tra i denti – è una forma che ho cercato per non cercarla”. Ci ripenso, nell’accompagnare le opere (uniche, di coppia, plurime) di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani.

The irony and utopia of Adolfina and Antonello

Francesca Brandes, who is a journalist, essayist and art curator, writes

I think of Pino Pascali’s rhinoceros and the artist’s confession to Carla Lonzi, who apparently is naive, but profound: “That beast, in addition to be a rhino – she muttered between his teeth – is a shape that I sought in order not to look for it”. I think about it, in accompanying the works (single, couple, multiple works) by Adolfina de Stefani and Antonello Mantovani.

L’ironia di Adolfina e Antonello

La loro esposizione veneziana, a VISIONI ALTRE, in campo del Ghetto Novo, ci ha tenuto con il fiato sospeso per un mese, nella città agostana che ha ripreso a ruotare, senza riprendersi spazi di verità e di gioia. Tranne rare eccezioni, appunto.

Adolfina and Antonello and their irony

Their Venetian exhibition, in VISIONI ALTRE, in Campo del Ghetto Novo, keeps us in suspense for a month, in the Augustan city that has started to rotate again, without taking back spaces of truth and joy. except for rare exceptions.

La poesia nelle loro opere

Perchè le opere di Adolfina e Antonello contengono sempre un germe di poesia, un’onda di meraviglia. Fanno sperare nella capacità dell’arte di ridare un senso alle cose, di cambiare segno al trauma che abbiamo attraversato, di offrire forza laddove i diritti (e la bellezza) sono calpestati quotidianamente, attraverso un linguaggio che non conosce confini.

Poetry in their works

Because the works of Adolfina and Antonello always contain a germ of poetry, a wave of wonder. They give hope in the ability of art to give back a sense to things, to change the sign of the trauma we have gone through, to offer strength where rights (and beauty) are trampled day by day, through a language that doesn’t know boundaries.

La bravura di Adolfina e Antonello

Ricondurre al contesto un simbolo (sia l’abito o il cappello martoriati dagli spilli), scavando oltre la superficie, significa acquisirne la sostanza, semplicemente, senza proclami. Qualcosa che non è solo denuncia, ma appare anche connotato da un’intrinseca (e benedetta) levità. Come in Pascali, la forma cercata per non cercarla costituisce la miglior forma di consapevolezza.

The skill of Adolfina and Antonello

Bringing back a symbol to the context (both the dress and the hat battered by pins), digging beyond the surface, means acquiring its substance, simply, without proclamations. Something that isn’t only denunciation, but also appears to be characterized by an intrinsic (and blessed) levity. As in Pascali, the form sought in order not to seek it, is the best form of awareness.

Adolfina e Antonello coppia anche nella vita

Il pensiero di questi due artisti, coppia anche nella vita, performers di straordinari inventiva ed impegno, è forse più legato all’iconico che al semantico. Procede per immagini: alberi in trasparenza sospesi in lastre di plexiglass, rimandi infantili dove il bianco è paesaggio di memoria, scatole da cui traspaiono pupille e palpebre. Credo da molto che una dilatazione delle nostre capacità immaginifiche – sia percettive che creative – debba passare per l’attivazione di modalità inedite: ecco, l’arte di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani, consente appunto lo scarto, salvifico, tra utopia ed ironia (e viceversa).

Adolfina and Antonello are also a couple in life

The thought of these two artists, who also are a couple in life, performers of extraordinary inventiveness and commitment, is perhaps more linked to the iconic than to the semantic. It proceeds through images: transparent trees suspended in plexiglass plates, childish references where white symbolized a landscape of memory, boxes from which pupils and eyelids shine through. I have long believed that an expansion of our imaginative abilities – both perceptive and creative – must pass through the activation of new ways: this is the art of Adolfina de Stefani and Antonello Mantovani, which precisely allows the saving, between utopia and irony. (and viceversa).

La diversità unisce

I due sono speculari, ma non necessariamente simmetrici: sarà perchè ogni creatività, con i suoi impulsi espressivi, agonistici, ludici, per rivelarsi ha bisogno della presenza dell’Altro staccato da sè, di un antagonista che può divenire partner. Per consapevolezza, si è detto, e per volontà.

Diversity unites 

The two are specular, but they don’t are necessarily symmetrical: this is because every creativity, with its expressive, competitive, playful impulses, in order to reveal itself, needs the presence of the other who doesn’t have to be linked to the self, but also needs the antagonist who can become partner.

Il risultato

Ciò che ne risulta, piuttosto, è una formidabile sincronia: Nel recupero dell’elemento fantastico, la mostra Ironie e Utopie, a cura di Valentina Licci, con un bel testo critico di Barbara Cappello, è folgorante e realistica ad un tempo. Si tratta di un evento corale, un continua scambio di battute tra i due agenti-agiti e con lo spettatore. Poi, il dialogo si fa labirintico, ondivago, una totale immersione nel vissuto dell’arte, nei pensieri e nei processi del fare, persino nel cuore delle relazioni.

The result 

The result, rather, is a formidable synchrony: In the recovery of the fantastic element, the exhibition Ironie and Utopie, curated by PAOLA CARAMEL, with a beautiful critical text by Francesca Brandes, is dazzling and realistic at the same time. It is a choral event, a continuous exchange of words between the two acting agents and with the spectator. Then, the dialogue becomes labyrinthine, wavering, a total immersion in the experience of art, in thoughts and processes of making, even in the heart of relationships. 

Adolfina e Antonello e il “tu”

Il “Tu” nella coppia de Stefani – Mantovani, è qualcosa di più di un destinatario: rappresenta il congegno che fa saltare l’ordine delle cose, innescando un moto rivoluzionario. La strategia è sovversiva: discutere le vie dell’ascolto e, allo stesso tempo, provocare la propria metamorfosi. Non si tratta di un’alterità neutrale. Il Tu viene all’opera, e il frutto appare all’improvviso. La forma cercata per non cercarla: i piedi autoritratto, ad esempio, il bianco, il nero e il rosso.

Il tu-io-noi, inoltre, non ha un corpo unico, ma condivide con i corpi un tratto essenziale, la nudità. Dello spirito, della carne. Per questo racconta qualcosa che ci riguarda intimamente. si fa riconoscere solo da chi accetta di mettersi in gioco; è spazio interrogante che rompe l’isolamento.

Adolfina and Antonello and the “you”

 The “You” in the Stefani – Mantovani couple is something more than a recipient: it represents the device that blows up the order of things, triggering a revolutionary motion. The strategy is subversive: it consists in discussing the ways of listening and, at the same time, provoking our own metamorphosis. This is not a neutral otherness. The “You” comes in the works, and the fruit suddenly appears. The form sought so as not to seek it: for example the self-portrait feet, white, black and red.

Furthermore, the you-me-us doesn’t have a single body, but shares an essential trait with the bodies, nudity. Of the spirit, of the flesh. This is why it tells something that concerns us intimately. it is recognized only by those who agree to get involved; it is a questioning space that breaks the isolation.  

Archeologia Contemporanea
fusione con cera d’api cm 30x40x5

Adolfina Antonello e il passaggio

Solo attraverso questo passaggio, quasi un rito di iniziazione, si può ripensare alla natura umana come risultato di questa presa di coscienza. Tutto sta nella minima sfasatura dei linguaggi, nelle pieghe dell’immagine; incontrando l’insondabile, nei vuoti come corone di pausa, riannodando i fili della memoria: fino a far scaturire il monopattino, le scarpette di bimbo, il profilo dell’albero in inverno. Giocando, vivendo (seriamente utopici) e rischiando, Adolfina e Antonello fanno miracoli di senso

Adolfina Antonello and the passage

Only through this passage, almost an initiation rite, human nature can be rethought as a result of this awareness. Everything lies in the minimum displacement of languages, in the folds of the image; meeting the unfathomable, in the voids like crowns of pause, re-knotting the threads of memory: until the scooter, the baby shoes, the profile of the tree in winter, spring up. Playing, living (seriously utopian) and taking risks, Adolfina and Antonello create miracles of meaning.


Scrive Barbara Cappello
Giochi e sogni nella filosofia realistica
Sguardo nelle opere di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani

“Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. “
Pier Paolo Pasolini

Quanto l’atto ludico entri ed esca dalle opere di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani, resta un quesito, un punto interrogativo da speculare e ribaltare a sé stesso. Come nel mondo sottosopra di Alice tutto ciò che si palesa si ingigantisce, ribalta, rimpicciolisce, sparisce. Ora l’immagine delle loro opere rimanda a spazi immaginifici, utopici, persuasivi, ora a luoghi concreti, definiti e materici.

Nei luoghi delle deliziose tredici scatole bianche, quali libri tridimensionali entro cui gli oggetti sono il soggetto della narrativa immaginifica, che nel significato immediato pone l’osservatore innanzi a una realtà sognante, nel cui luogo intimo si manifesta quel mondo realistico privo apparentemente di emozione, ebbene entro quelle cornici le porte della fantasia si spalancano tra i contorni utopici, innocenti del bambino insito dentro ogni singolo inconscio.

E, sollevando gli occhi, ci si riconosce negli sguardi multipli, sequenziati di palpebre, ciglia, pupille che apparentemente immoti scrutano chi li guarda. Dunque l’interrogativo di cui sopra espresso si ingigantisce, come gli alberi di inchiostro sospesi nella trasparenza di una lastra di plexiglas.  Quale miglior gioco ironico potrebbe avere forma se non occhi immoti verso alberi sospesi, rigorosamente scheletriti per manifestarne la vera essenza e tassativamente plastica? È l’oggettività del simulacro, come uomo e albero che si pongono in dialogo, assenti di corpo umano, presenti di materia artefatta. Una filosofia realistica, quella di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani, entro cui la loro relazione e connessione si esprime attraverso le opere d’arte amorevolmente amalgamate da un legame personale, che ne contraddistingue le loro creazioni.

Di loro potremmo accertare il gioco della tentazione. Ove utopia e ironia si intrecciano, intersecano, misurano.

Tuttavia le morfologie delle opere non sono in contrapposizione e non vi è nemmeno una immedesimazione. Forse solo quel sapiente gioco in cui si fa girare la funicella per saltarvi sopra, senza l’inciampo, ma con un ritmo costante di passo. E proprio nelle opere che rappresentano dei contorni antropomorfi di profili d’amici, scopriamo ancora una volta la relazione, il tentativo di formare delle parole con gli sguardi rivolti verso un cielo di vocali e consonanti, che come stelle propiziatorie illuminano un blu matissiano.

Alberi | serigrafia su lastra di plexiglass cm 50×50

E in questa filosofia realistica il colore è un elemento chiave con forza assoluta.  Nel bianco la luce del sogno si specchia e confronta con il nero, quale realtà talvolta di assorbimento, attraverso il giuoco continuo del rosso, quale palpito vitale, come respiro di sofferenza.

Nelle opere di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani la dissimulazione ironica diviene il concetto primo della loro filosofia realistica. Provoco nello scrivere questa apparente dicotomia, perché quello che potrebbe sembrare un luogo che non esiste, specchia sé stesso nella realtà che ci circonda attraverso questo voluto rimando di provocazione che induce ad osservare attraverso l’opera, da loro creata, la realtà che sta di là delle trasparenze e delle convenzioni. A tal proposito non possiamo esimerci dal restare stupiti e rapiti al contempo da quei cappelli realizzati con chiodi o spilli, che con irrisione si titola “Un Diavolo per Cappello”.

Ecco che umoristi, santi, innocenti, e, aggiungo anche artisti, conoscono il gioco in cui tutto si integra nell’eterno ritorno.


2021 TRACARTE 8 | Fondazione dei Monti Uniti di Foggia | a cura di Vito Capone e Gaetano Cristino

la carta è sempre stata e sarà ancora per molto tempo il supporto su cui gli artisti, e non solo, hanno lasciato e lasceranno il loro segno. Un’azione svolta e consolidata nel corso di molti secoli. ed oggi, in un’epoca in cui il supporto cartaceo è stato fortemente messo in crisi dai nuovi sistemi derivati dall’informatica, questo ruolo sembra tuttavia non aver abdicato nel mondo dell’arte, anzi si è andato rafforzando.
Se la crisi del supporto cartaceo ha colpito l’editoria stampata, nell’ambito delle arti visive ha trovato invece una giusta ed adeguata resistenza: non solo perché la carta, insieme alle pareti e al legno, rappresentano i principali supporti per le arti visive fin dagli albori delle civiltà umane, ma perché costituiscono l’intima natura dello stesso fare artistico. I maggiori capolavori dell’arte italiana sono transitati da preliminari passaggi su carta: se si pensa ai disegni dei grandi esponenti del Rinascimento, ai percorsi dei dipinti su tavola, su tela o a quelli degli affreschi, si scopre che la carta e i cartoni sono necessari e importanti momenti di studio e di modello.
I segreti dell’operare oggi su e con supporto come la carta, diventano il mezzo con cui si riannodano i rapporti visivi e umani dell’artista: la carta non è più solo supporto ma “imprenscindibile “medium”, così come i primi protagonisti delle avanguardie del ‘900 ebbero modo di sperimentare.
Si tratta di pratiche artistiche che si sono susseguite fino ad oggi, delineandosi come un fenomeno che è stato un crescendo di sperimentazioni le quali da un secolo hanno di fatto consentito alle opere in carta di entrare a pieno titolo tra le tecniche artistiche.
Sulla carta si esprimono donne e uomini che oggi li troviamo in presenza, dopo questi due anni di pandemia. Anni che, se da una parte hanno significato isolamento ed impedimento di rapporti sociali, dall’altra hanno messo in una condizione di maggiore riflessione tutti, e tra tutti, ci sono gli stessi artisti e artiste che hanno avuto l’occasione di approfondire il loro rapporto con questo materiale che non è più semplice supporto ma anche oggi stesso d’arte.

ASSENZA/PRESENZA 2020 | carta cotone, acetato, inchiostro nero cm 40×30


MANIFESTO PER UNA CITTA’ VIVIBILE – 2021

NUVOLE 2020 – 2021 | realizzati durante la farsa della pandemia, opere su lastre di zinco trattate e dipinte ad acrilico con matite bianche

NUVOLE 2021 – profili su lastre di zinco, acrilico, matita cm 80×120


2020

ABISSO – Un fine settimana

Parlare di questo romanzo è come aprire cento porte sul mistero della vita. L’autrice Dorothea Tanning in Chasm, A weekend (ABISSO – Un fine settimana), scandaglia e descrive nel suo immaginario non solo la vita a lei destinata, ma ricerca anche le vite che le sono appartenute, un percorso lungo, e realizza nel dettaglio un’opera surrealista e l’evolversi di un destino crudele. Un viaggio nel mondo dell’arte attraverso il mistero della psicoanalisi. 
Tutti i personaggi che ne fanno parte sono descritti minuziosamente e si ritrovano insieme a trascorrere un fine settimana. Durante il “convivio” frugale le caratteristiche del bene e del male di ogni personaggio presente, sono messe a nudo attraverso giochi di parole.
Nel luogo impervio dove la struttura architettonica assai barocca assomiglia alla mente arzigogolata del suo costruttore Raul Meridian, rude padre di Destina, la fanciulla di sette anni, meravigliosa quanto misteriosa, che appare e scompare come un puma – DESTINA- dirige con il suo potere magico la sorte degli ospiti. Ospiti che rappresentano i personaggi e che, in qualche modo, hanno influito nella tormentata esistenza dell’Autrice.  A ognuno la propria sorte.

La baronessa, protagonista al pari di Destina, conosce i misteri invisibili della mente, imperterrita suona il pianoforte nascosta dal suo cappello a larghe balze nell’angolo più buio del salone in cui ha luogo il convivio. 
Destina è protagonista e artefice immaginaria e invisibile di ogni azione e ogni pensiero. Ed è proprio qui, in questo luogo che “non le appartiene”, che si appropria della sua identità, quell’identità inconscia ricercata fin dalla nascita, ispiratrice del suo percorso artistico nel mondo dell’irreale. 
A questo si aggiungono le ragioni di scrivere, o forse ultimare, il suo ultimo scritto, alla fine della propria vita, durata 104 anni.
Tutta la narrazione, anche se surreale, si presenta con una rigidità quasi disumana. Affiorano le tensioni di coppia, la superficialità dell’essere umano, la gelosia, la violenza, l’ingordigia.
Un’opera sull’opera, nella quale la scrittura si sovrappone alla pittura.  Adolfina de Stefani

DESTINA | 2020  olio su tela cm 70×120

L’artista tenta di penetrare nel cuore del racconto, indagando la figura di DESTINA, attraverso il gioco degli scacchi.

Gli oggetti rappresentati diventano il punto di partenza per un percorso catartico che nega il concetto del tempo e dello spazio. 


PLATANUS OCCIDENTALIS

di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani

“Io amo molto gli alberi” ecco la frase frequente di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani artisti e performer che in questa occasione presentano “ALBERI” Quercus Ilex e Platanus Occidentalis. Ancora una volta la natura sovrasta la visione e il pensiero poetico dei due artisti. La nudità della natura, lo scheletro dell’albero diventa per gli artisti indagine sul corpo fisico e la condizione della natura stessa che opera a favore per il rinnovamento. Trattano i loro alberi come dotati dei mutevoli umori. Li trattano con simpatia, con passione, con pazienza e impazienza, e anche con ironia. Attenti e sensibili alle loro capacità di mutazione, benché dicano “L’albero è superiore ad ogni tentativo di trasformazione”, intendendo però che all’uomo non è lecito piegare gli alberi e altri viventi alle sue voglie di trasformazione. La natura umana stessa è ricca di potenzialità trasformative. 

Il sodalizio tra i due performer e artisti contemporanei Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani nasce nel 2000 ed è caratterizzato da una sorta di nomadismo operativo che li vede impegnati in una esplorazione parallela nei numerosi percorsi dell’espressione artistica. Apprezzati esponenti nello scenario della cultura artistica sia in Italia che all’estero, la loro espressione si articola attraverso la performance, l’installazione e la ricerca multimediale, con particolare attenzione alle tematiche attuali. Emergono con estrema chiarezza le azioni di carattere universale con l’intento di favorire l’incontro del grande pubblico con i linguaggi contemporanei.

 “PLATANUS OCCIDENTALIS” | 2009 serigrafia su plexiglass, cm 100×200

L’albero spoglio evidenzia la sua identità nodosa e ruvida, viene indagato e trasformato all’essenziale. La natura si ribella. L’albero è superiore ad ogni tentativo di trasformazione.


OMAGGIO AL MOVIMENTO FLUXUS

SCRITTO STORICO-CRITICO a cura di Asia Rota

Nel 1961 George Maciunas fonda il movimento Fluxus “caratterizzato da una totale apertura del linguaggio artistico a tutti i materiali del mondo e a tutti i flussi dell’esistenza”, si tratta non solo di opere fisiche ma anche e soprattutto di azioni che hanno come obiettivo portarci a riflettere sulla quotidianità e sull’arte, sul rapporto fra le due e sulla distanza fra le due.

Le modalità di espressione di questo nuovo movimento sono decisamente ampie: oltre alle opere pittoriche che hanno come punto di partenza l’informale/gestuale, grandi protagoniste sono la performance, l’happening, la musica, il cinema, il design, la letteratura, la corrispondenza postale; in particolare è interessante soffermarsi sul fatto che Fluxus sia un movimento aperto, o come meglio precisa Dick Higgins “un momento nella storia, un’organizzazione, un’idea, un modo di vivere, un gruppo di persone non fisso che compie fluxusvalori”: si tratta di un gruppo aperto e non definitivo di cui tutti possono fare parte anche solo per un momento, e senza necessità di dichiararsi tali davanti agli altri componenti del gruppo.

È un modo di essere all’interno del mondo artistico che include tutti coloro che lavorano con materiali quotidiani, spesso di riciclo, in un particolare rapporto con la vita e con il caso (o caos) in un’etica molto spesso marcata: il nome richiama una trasformazione costante che non consente una definizione chiara e delimitata del movimento, possiamo quindi affermare che si tratti di una ricerca ancora oggi in continuo sviluppo.


Fluxus mette in discussione la distinzione fra arte e non-arte, ridicolizzando ogni idea di esclusività, di unicità, di individualità dell’artista, ironizzando sulla perizia tecnica, sulla ricercatezza, sull’altezza o profondità d’ispirazione, in questo si intravede una matrice Dada, dalla quale viene però a differenziarsi per l’apertura ad un gruppo di artisti molto più ampio e “popolare”. Fluxus non include solo ciò che viene riconosciuto come opera d’arte, ma anche tutto ciò che è semplicemente rivolto al creativo poiché l’unico vero obiettivo del suo artista è la realizzazione di un lavoro che ha responsabilità primariamente nei confronti dell’arte stessa, non si rivolge alla critica che precedentemente indicava la propria approvazione/ disapprovazione: il successo artistico è connesso alla creatività di un certo lavoro e del suo creatore, in un mondo ideale che esclude la consacrazione da parte della critica, eliminando la vecchia idea di sistema artistico.

Il movimento fondato da Maciunas, dunque, si arricchisce di contenuti nuovi tramandati dal passato artistico e dagli avvenimenti storici, ma al tempo stesso semplifica le sue modalità di messa in scena, facendosi più scarno nell’espressione, più povero e/o naturale nella materialità, più rapido nell’elaborazione, più pulito nel contenuto.

Fluxus conserva molto del precedente Dada, tanto che insieme ad altre forme artistiche contemporanee fra cui la Pop Art, viene spesso richiamato sotto il nome più ampio di Neo- Dada (Maciunas stesso chiamava inizialmente il movimento Neo-dadaism), questi tre diversi movimenti possono giungere a soluzioni visivamente molto simili, ma la differenza sostanziale è intangibile eppure importante: mentre Dada è un tipo di espressione che rifiuta l’arte, quindi un’anti- arte, Andy Warhol dichiara che “tutto è arte”, e Joseph Beuys sostiene che “anche pelare una patata può essere arte”, insomma, mentre il primo elimina l’idea di arte ed invece esalta l’idea di vita come “ben più interessante” rispetto all’arte, la Pop Art innalza la semplicità al livello dell’arte, ed il Fluxus abbassa l’arte al livello della semplicità, mantenendo la stessa ideologia creativa Dada ma semplicemente al contrario di essa non rinnegando l’idea di arte ed ampliandola ad un gruppo aperto e illimitato, la differenza non è tanto nel risultato estetico ma nell’intenzione artistica. 

Adolfina de Stefani
CHI, COME, DOVE, QUANDO
2020, collage su tela, cm 30×30

Antonello Mantovani
…logico dunque che ci sia
2020, collage su carta cm 30×30


Con il SILENZIO nasce la poesia Adolfina – per il progetto probabilmente di Zoltan Fazekaz (sicilia) 20 dicembre 2020


2020

COLLEZIONE BONGIANI ART MUSEUMPROGETTO  INTERNAZIONALE DI NET ART  SULLA NUOVA EMERGENZA PLANETARIA CORONAVIRUS19
#Global Viral Emergency / Fate Presto dal 25 marzo al 30 aprile 2020 a cura di Sandro Bongiani

QUALE FUTURO
QUALE FUTURO 2020

ATTESA 2020

2020 LIBRO D’ARTISTA


2020 Associazione Culturale Le Colonete, rassegna d’arte contemporanea.
A cura di Paola Turra partecipa con un autoritratto.

AUTORITRATTI 2001 – 2004 – 2004


2021 AMALGAMARTI MONTE GRAPPA a cura di :

i 13 capitoli per ALICE, libro d’artista


2019

INNESTI TELEMATICI

L’esposizione “Vedere Attraverso”  propone sette immagini in bianco e nero che raffigurano degli occhi; sono immagini fotografiche ingrandite e ritoccate alle quali è stato sovrapposto un leggero strato di cera. 

I due artisti lavorano con il materiale della natura, la cera e con l’organo vitale più importante ”L’OCCHO”, propongono una riflessione  sull’essere umano e sulla natura. La vista è uno degli argomenti cardini affrontato da Aristotele nella trattazione della “Metafisica” che  per il grande filosofo greco la vista era il senso più importante, in grado di farci conoscere meglio il mondo. Per Aristotele il fenomeno della visione era reso possibile dalla presenza del diaphanes, ossia di un elemento diafano e trasparente, che funge da mezzo intermedio, la luce. 

Vedere Attraverso 2019
stampa fotografica su acetato,
liquido trasparente, vasca in plexiglass
40x40cm


2018 CHRISTMAS BAZAAR MYTREE – Centro Culturale Altinate San Gaetano PADOVA

Pensando dai gravissimi accadimenti metereologici che hanno travolto la nostra Regione distruggendo una quantità inimmaginabile di abeti e di alberi, Christmas Bazar propone un’alternativa all’albero di Natale, indubbiamente uno tra i simboli natalizi più amati.
L’edizione 2018 del nuovo Christmas Bazaar propone infatti MYTREE, un focus dedicato agli alberi di Natale reinterpretati da alcuni artisti selezionati in luoghi espositivi cittadini.
Partendo da una riflessione culturale che verte sull’importanza dei valori veri del Natale, “MYTREE” ha ipotizzato di coniugare la sua iniziativa all’evento artistico: “MYTREE, Alberi d’Autore”, coinvolgendo artisti del territorio che testimonino, con originalità, una loro riflessione contemporanea sull’albero di Natale.
Perché mai come quest’anno l’albero di Natale deve essere necessariamente qualcosa d’altro dall’abete:
Adolfina De Stefani e Antonello Mantovani esporranno due lastre di plexiglass che riproducono la silhouette in inchiostro nero di due enormi alberi, un larice e una quercia, elaborati e serigrafati su plexiglass.


2017

WUNDERKAMMER TRE – MERABILIA

Adolfina De Stefani ha sempre inteso trasferire nella sfera dell’arte la stessa complicità e intesa espressiva raggiunta nel suo percorso prima di studentessa e poi di docente anche nella quotidianità e nell’osservazione del quotidiano, dando vita a una profonda ricerca – individuale e sinergica – condotta con rigore sui temi dell’esistenza testimoniata da una copiosa produzione di dipinti, oggetti scultorei e installativi, interventi performativi e teatrali. Nel suo fare arte si intravvede sempre i principi primi della vita, un’esigenza a semplificare per comprenderne la ragione dell’esistenza, sommando linearmente le esperienze e i vissuti fino a tracciarne un fitto intreccio di trame, sovrapposte come i rami di un albero per riassumere e rielaborare con valore esperienziale i dati raccolti durante il lungo cammino e sommarli in nuove verità, talvolta assolute e talvolta parziali, necessarie per illuminare il tratto successivo di questo cammino.

Adolfina De Stefani
INSECTS IN THE MIRROR


VEDERE ATTRAVERSO
Bipersonale di Adolfina De Stefani e Antonello Mantovani
12 – 27 agosto 2017

PRESENZA
Adolfina De Stefani e Antonello Mantovani

“L’Oratorio è genius loci perfetto per ospitare questa doppia esposizione, che possiamo leggere come un continuo rimando al doppio, e al suo scavalcamento.
Genius loci come entità naturale e soprannaturale, legata a un luogo e a un oggetto di culto. Un luogo che per i romani pagani andava precisato nel suo carattere di indefinito sessuale: sive mas sive foemina (che sia maschio o che sia femmina), non solo perché non se ne doveva riconosce il genere, e perché nel luogo sacro si aveva fusione di maschile e femminile. Il doppio diventava Uno. 

Così come l’uno diventa due. Perché due sono gli artisti, Adolfina De Stefani e Antonello Mantovani. Due figure che giganteggiano all’interno del panorama dell’arte contemporanea nazionale. Non solo per la loro febbrile attività di curatori, galleristi, organizzatori, soprattutto per la produzione artistica che li porta continuamente a esplorare nuovi linguaggi, usando e abusando di materiali diversissimi.

L’esposizione titola “Vedere Attraverso”; e se già lo sguardo è doppio, in quanto due sono gli artisti, i loro occhi riverberano lo sguardo, lo moltiplicano, scrutando a vicenda la reciproca interiorità. Come a dire che uno non vede senza l’altro. O meglio: che l’uno non può vedersi senza l’altro.
Alla duplice visione, con l’occhio che come un caleidoscopio mistico distorce e allucina la visione, i due artisti aggiungono la trasparenza del materiale principe usato per questa esposizione.

Siamo in un Oratorio dedicato alla Madre del Cristo; luogo della preghiera che a partire dalla Controriforma Cattolica diventa come un’appendice – staccata e personale- dal corpo della Chiesa. Luogo separato, più intimo, personale, dove eleggere a referente della propria preghiera non più il Padre ma talvolta un Santo, molto spesso la Madre.
Nella Chiesa si celebra il rituale liturgico, la grande macchina teatrale della Santa Messa, dell’Eucarestia, della Cerimonia della nascita e della morte del Figlio. Nell’Oratorio c’è la preghiera nascosta, individuale, liberata dalla ritualità.

La preghiera ha bisogno di luce per essere vista: si prega accendendo una candela.
E la candela è fatta di cera. Un materiale millenario, che l’uomo ha preso dalle api e impiegato sin dall’antichità per attività le più diverse; usato dagli egizi tanto per impermeabilizzare le navi come per imbalsamare le mummie.
Un materiale duttile e trasparente in grado di trattenere, come l’ambra, talvolta piccoli insetti, particelle di pulviscolo, piume.
In questo luogo privato e sacro, i due artisti lavorano con il materiale della preghiera, riempiendone le piccole edicole, le fessure, gli spazi concavi e segreti delle mura sacre con quote di cera da cui spuntano dettagli anatomici. Sono porzioni di corpo: mani, dita, piedi. I loro.
Nel luogo dove il corpo di Cristo si fa Eucaristia per onorare il sacrificio imposto da questa religione dell’anima, il corpo degli artisti si fa unica statua di cera che celebra la commistione pagana e mistica dei due.
Ecco allora che “vedere attraverso” l’immanenza del corpo diventa una grande metafora dell’arte, e dell’amore. Perché il corpo è transitorio, ma se noi lo santifichiamo attraverso il gesto creativo dell’arte ( non è quello che ha fatto dio? ) allora il corpo supera se stesso. Diventa eterno, sacro. 

Rispetto al corpo, i due artisti propongono una riflessione anche sul suo essere luogo di centralità, di verità. Sappiamo tutti come la vista sia stato uno degli argomenti cardini affrontato da Aristotele nella trattazione della “Metafisica”. Per il grande filosofo greco la vista era il senso più importante, in grado di farci conoscere meglio il mondo. Per Aristotele il fenomeno della visione era reso possibile dalla presenza del diaphanes, ossia di un elemento diafano e trasparente, che funge da mezzo intermedio, la luce.
Ma come apparirà la visione se gli occhi sono velati di cera? 

L’ATTESA 2017
calco di cera d’api e piume bianche 150x150cm
di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani


L’esposizione “Vedere Attraverso” ci propone anche cinque immagini in bianco e nero che raffigurano degli occhi; sono immagini fotografiche ingrandite e ritoccate alle quali è stato sovrapposto un leggero strato di cera.
Immagini massimamente poetiche e piene di riferimenti colti. L’occhio velato di lacrime, l’occhio che Buňuel spalanca e deflora, l’occhio della Statua di marmo che noi immaginiamo con timore possa animarci, come ci ricorda Galatea.
Vedere attraverso comporta allora la pulizia dell’occhio dal peso di un velo che offusca la realtà. Quel velo di cui parlava il filosofo Schopenhauer, che ci impedisce di cogliere il mondo com’è, perché noi vediamo il mondo come lo desideriamo. La nostra volontà ci porta a creare il mondo attraverso il nostro desiderio e a non guardarlo nella sua verità. 

Sorge allora la domanda: sappiamo elevarci dal corpo – che poi è metafora di una realtà bassa, contingente, volgare – sappiamo superare, vedere attraverso, questo velo di ombre ed elevarci? 


Ecco che l’opera realizzata dai due artisti con il neon di luce bianca ci dà la risposta. L’opera titola “Leggere l’Infinito”. E sembra proprio che all’interno di questo luogo privato e sacro, grazie all’arte che nasce dal corpo, i due artisti abbiano voluto condurci alla visione dell’infinito.  

Barbara Codogno


2017 OMAGGIO A BRUNO MUNARI

Da sempre, il bisogno di comunicare, ha indotto l’uomo a tradurre in forme visive il proprio pensiero e questa necessità ha imposto fin dagli esordi la ricerca dei supporti su cui esercitare tutte le forme d’espressione. Prendendo spunto dalla creatività del grande maestro e design Bruno Munari, “uno dei massimi protagonisti dell’arte, del design e della grafica del XX secolo” il quale ha dato contributi fondamentali in diversi campi dell’espressione visiva e non visiva, con una ricerca poliedrica sul tema del libro illeggibile e dello sviluppo della creatività e della fantasia attraverso il gioco visivo.

LIBRO D’ARTISTA 30 pagine in rete sottile sintetica con lettere dell’alfabeto trattate con acrilico bianco

LIBRO D’ARTISTA 2017 | 20 pagine colorate ad acrilico su tela sintetica, cm 20×10


Epigenesi di un’azione semplice – Adolfina De Stefani | Antonello Mantovani (ALL and ALL) testo critico a cura di Gaetano Salerno

La vita deve obbedire a due necessità che, per essere opposte tra loro, non le consentono né di consistere durevolmente né di muoversi sempre. Se la vita si movesse sempre, non consisterebbe mai: se consistesse per sempre, non si moverebbe piú. E la vita bisogna che consista e si muova.
Dott. Hinkfuss (Luigi Pirandello, Questa sera si recita a soggetto)

ALL and ALL è il riassunto di due vite artistiche; o, più propriamente, la sintesi di due vite distinte che divengono una, come quando due corsi d’acqua, serpeggiando indipendenti attraverso le asperità di un territorio scosceso, convergono, giunti a valle, verso un epilogo comune – non predeterminato – ampliando le proprie portate e sommando le proprie correnti.

Adolfina De Stefani e Antonello Mantovani, pittori, scultori e performer, hanno saputo trasferire nella sfera dell’arte la stessa complicità e intesa espressiva raggiunta nella quotidianità e nell’osservazione del quotidiano, dando vita a una profonda ricerca – individuale e sinergica – condotta con rigore sui temi dell’esistenza e della spiritualità, testimoniata da una raffinata e copiosa produzione di dipinti, oggetti scultorei e installativi e interventi performativi e teatrali attraverso i quali riconsiderare e interpretare, nell’azione diretta del corpo (e non solo nella visione e nelle immagini che di quest’articolato viaggio artistico assumono oggi il valore critico di puntuale documentazione visiva), un complesso pensiero filosofico e speculativo.

ALL and ALL è l’epigenesi di un’azione semplice e immediata che nel fare arte intravede i principi primi della vita, l’esigenza cioè di semplificare e comprendere la ragione dell’esistenza; ALL and ALL è l’essenza dell’essere distillata in atti creativi che ne segnano il passaggio, sommando linearmente le esperienze e i vissuti dei due artisti fino a tracciare un multiforme e fitto intreccio di trame, sovrapposte come i rami di un albero e come i costrutti esistenziali che contaminando si lasciano contaminare dagli eventi, modificandosi organicamente esprimono una ricerca reiterata e necessaria per non disgiungersi dalla contemporaneità della propria storia, per riassumere e rielaborare con valore esperienziale i dati raccolti durante il lungo cammino e sommarli in nuove verità, talvolta assolute e talvolta parziali, necessarie per illuminare il tratto successivo di questo cammino.

Così l’azione semplice che giace sulla tela e rappresenta primariamente l’osservazione delle complessità ridotte all’immediatezza, raccoglie e cataloga i tentativi di riduzione delle asimmetrie tra sfere dell’Io, la coesistenza delle tesi e delle antitesi, l’unione delle più evidenti forme di realtà e

dei più inaccessibili misteri orfici, in un progetto la cui tensione comunicativa si fonda sulla coesistenza degli estremi, ponendo in dialogo l’innocenza utopica di Alice (uscita dal paese delle meraviglie) e stagliata sul non-finito pittorico di un mondo in lento disfacimento e l’evidente e fotografica brutalità dell’umanità stereotipata nei propri vizi, nei quali specchiarsi e riconoscersi.

Un dialogo tra Adolfina e Antonello che diviene più fitto, le cui pause spingono l’analisi di ciascuna ricerca ben oltre il dato visivo, lontana da una risposta dogmatica che la tela non è in grado di fornire, casomai occultare tra gli elementi, uniformati dal bianco ed evidenziati da pochi altri colori quali il rosso e il nero, la cui valenza percettiva convoglia l’attenzione selettiva verso punti convenuti nei quali è infravisibile il testo narrativo di questi canovacci domestici.

Pronta, sotto gli occhi di tutti, l’esigenza di un ritorno alla Natura (la ricerca cioè di una redenzione biologica in risposta alle transitorie e discordanti conflittualità della psiche) enunciata da pochi e significativi elementi; l’albero, l’acqua, il fuoco, la cera, il sangue per richiamare un germe iniziatico promulgandone l’intensità oltre l’effimera durata degli strumenti organici di cui dispone per crescere e individuare la propria morfologia sempre incerta perché dovuta a troppe variabili sociali e culturali.

Emergono spesso – per quanto accuratamente svuotati della valenza citazionista – gli assunti di Joseph Beuys frammisti alle teorizzazioni di Richard Wollheim, attraverso i quali ricondurre l’analisi istintivamente all’oggetto inatteso, inserito in un contesto altro per risvegliarne la spiritualità iconica liberandolo dal peso della materia e, attraverso esso, mutuare l’idea in ideale e rendere ciascuna azione critica simile a preghiere per iniziati; spingendosi poi oltre, per fornire una personale rielaborazione di un linguaggio artistico povero in virtù della quale però adesso le forme divengono attitudini e l’azione fluxus diventa esemplificativa all’atto della sua manifestazione, indipendentemente dal raggiungimento di uno scopo terminale.

Ogni atto performativo è ponderato e ricercato eppure nell’esecuzione del gesto s’intravede la forma embrionale di un’idea il cui sviluppo analitico ricalca il dipanarsi empirico della vita stessa lungo segmenti sconosciuti (il sentiero diacronico che conduce dall’infanzia, al viaggio, alla scrittura) e la medesima tensione adattiva di un corpo allo sconosciuto spazio reale del mondo, per sconfiggere le paure, per lacerare ogni forma di violenza e mutarla in una riflessione estetica – a tratti utopica – finalizzata alla cauterizzazione delle ferite intellettuali e alla proposta di nuove forme di coesistenza pacifica e armonica tra uomo, ambiente e storia.

E ogni atto performativo è anche e soprattutto la somma di battiti e respiri, teatro nella vita o vita nel teatro, ben consci che la risultante della somma di azioni semplici è un romanzo complesso e l’arte non è solo un atto catartico, piuttosto conoscitivo e indagativo; le pieghe delle barchette di carta con le quali Adolfina rievoca la spensieratezza infantile o le increspature delle superfici cerate o patinate di Antonello che alludono alla fragilità congenita di ogni struttura vivente all’apparenza solida e incorruttibile rappresentano, allo stesso modo, le rughe dell’epidermide segnata dalla fatica (intesa come valore) dell’errore e dell’autocorrezione.

Le pieghe e le increspature sembrano così per un attimo lasciare intravedere una verità che mai totalmente affiora, rimanendo prigioniera di questi lavori e conferendogli un’aura luminosa e mistica; un segno minimale e impercettibile che si concretizza sulle vaste porzioni candide della tela o della parete e s’inserisce leggero nel vuoto degli ambienti del giardino riempiendo, senza mai saturare né realmente determinare, il sito espositivo con rispetto e sacralità, conducendo lo spettatore allo stesso compunto riserbo e rispetto che si richiede nell’affrontare sacri dogmi, un gesto cioè fiducioso e fideistico.

L’eleganza formale che contraddistingue il linguaggio di entrambi gli artisti cela le sofferenze latenti, congelandole nell’attimo in cui la vita intercetta l’arte e ogni dettaglio, anche il più minuto, diviene fondamentale per pervenire all’insieme, per rinvenire il filo logico tra porzioni di vita unite dal doppio legame della linea del tempo e degli affetti, come se nell’equilibrio precario tra oblio della tragicità e rimembranza del sentimento possa esistere l’unica dimensione possibile, in eterno.

L’atto performativo sembra voler così rimettere in gioco le nostre potenzialità inespresse, riportando la nostra presenza passiva nel luogo e nel tempo in cui tutto accade o, paradossalmente, è già accaduto e alludere alla dualità di un’esperienza unica eppure infinita, finalizzata a garantire la sopravvivenza dell’opera d’arte, come sostiene Luigi Pirandello attraverso le parole del dottor Hinkfuss, rimuovendola dalla fissità della sua forma, sciogliendo questa sua forma dentro di noi in movimento vitale, dandogli noi la vita, di tempo in tempo diversa e varia dall’uno all’altro di noi; tante vite, e non una; come si può desumere dalle continue discussioni che se ne fanno e che nascono dal non voler credere appunto questo, che siamo noi a dar questa vita.

Epigenesis of a simple action (ALL and ALL)

Critical text by Gaetano Salerno

La vita deve obbedire a due necessità che,
per essere opposte tra loro,
non le consentono né di consistere durevolmente né di muoversi sempre.
Se la vita si movesse sempre, non consisterebbe mai:
se consistesse per sempre, non si moverebbe piú.
E la vita bisogna che consista e si muova.
Dott. Hinkfuss (Luigi Pirandello, Questa sera si recita a soggetto)

ALL and ALL is the summary of two artistic lifes: in particular, is a summary of two different lifes which become one, like when two watercourses, spreading independently throughout the roughness of a steep territory, meet in the valley, towars a common ending – not predetermined – expanding their flow rates and adding their flowings.

Adolfina De Stefani and Antonello Mantovani, who are painters, sculptors and performer, have successed in transfering in the artistic sphere the same ability and expressive understanding, reached in everyday life and in the observation of it, giving birth to a deep research – individual and synergetic – led with rigour, about existential and spiritual themes, showed by a refined and significant production of  paintings, sculptural objects and performative and theatrical interventions throughout which reconsider and interpret, in the direct body action (not only in the vision and images which today assume the critical value  of accurate and visual investigation), a complex philosophical and speculative thought.

ALL and ALL is the epigenesis of a simple and immediate action, which in the field of art, glimpses the essential principles of life, the necessity of semplify and understand the existential reason; ALL and ALL is the essence of being, distilled into creative acts, which mark its passage, adding linearly experiences and lifes of the two artists, until marking a multifarious and think interweaving of textures, overlapped like the branches of a tree and like the existential sense that, contaminating, allow themselves to be contaminated by events, organically transforming themselves, express a repeated and necessary research in order not to distinguished from the contemporaneity of one’s own story, to summarize and re-elaborate the data collected during the long jurney with experiential value and add them into new truths, sometimes absolute and sometimes partial, necessary to illuminate the next part of this jurney.

In this way, the simple action that lie in the painting and represent the observation of complexities reduced into immediacy, gathers and classifies the reduction attempt of asymmetry between spheres of the “I”, the coexistence of thesis and antithesis, the union of the most evident forms of reality and the most inaccessible and orphic mystery, in a project whose communicative tensions, based on the coexistence of extremes, putting on dialogue Alice’s utopic innocence (came out from Wonderland) and stood up on the pictorial not-finished of a world that slowly declines and the evident and photographic human cruelty, stereotyped in its vices, in which looking in the mirror and identifying.

A dialogue between Adolfina and Antonello, which becomes more thick, whose pauses push the analisis of every research beyond the visual fact, far from a dogmatic answer that the painting doesn’t successed in provindig, in case hide between elements, leveled out by the colour white and underlined by few other colours like red and black, whose perceptual value conducts the selective attention until arranged points, in which the narrative text of these domestic rags is infra-visible.

Under there for all to see, the need of a return to nature (the research of a biological redemption in response to temporary and discordant conflict of psyche) enunciated by few and significant elements; the tree, the water, the fire, the wax, the blood to recall an initiatory germ, promulgating its intensity beyond the ephemeral duration of the organic tools at its disposal to grow and identify its morphology which is always uncertain because it is due to many social and cultural variables.

Often emerge – as much as accurately deprived from citationist value – Joseph Beuys’s topics, mixed to Richard Wolheim’s theorizings, throughout whom trace back instinctively the analisis to the unexpected object, included in another context, in order to wake up the iconic spirituality, releasing from the substance weight and, throughout it, changing the idea into ideal and give back every critical action like prayers for initiates; going beyond, in order to give a personal reworked version of a poor linguistic language, under which forms become skills and fluxus action become exemplifying to the act of its manifestation, independently from the achievement of a terminal goal.

Every performative act is ponderated and researched, yet in the execution of the gesture glimpse the embryonic form of an idea, whose analytical development retrace the empirical unravel of life along unknown segments (the diachronic path that conduce from childhood to journey and writing) and the same adaptive tension of a body for the unknown real space of the world, in order to defeat fears, lacerate every violence form with the end to change it in a aesthetic reflexion – sometimes utopic – aimed to the cauterization of intelectual injures and to the proposal of new forms of peaceful and armonic coexistence between man, enviroment and history.

Every performative act is also, and above all, the summary of beats and breathes, theatre in life or life in theatre, aware about the fact that the sum of simple actions is a complex novel and art isn’t only a cathartic act, rather cognitive and inspective; the wrinkles of paper boats, with which Adolfina remembers the childish lightheartedness or the ripples of the waxed or patinated surfaces of Antonello that allude to the congenital fragility of every living structure that appears solid and incorruptible represent, in the same way, the wrinkles of the epidermis marked by the fatigue (understood as value) of error and self-correction.

Wrinkles and ripples, for a moment, seem to provide a glimpse of a truth that totally never emerges, remaining a prisoner of these works and giving it a luminous and mystical aura; a minimal sign of the wall and lightly inserts itself into the void of the garden environments, filling, without ever saturating of really determining, the exhibition site with respect and sacredness, leading the viewer to the same complex reserve and respect that is required in facing sacred dogmas, that is a confident and trusting gesture.

The formal elegance which marks both artists’s language, hides latel sufferings, suspending in the moment in which life intercepts art and every detail, also the smaller, becomes fundamental in order to reach “the together” and to rediscover the logical thread between parts of life, linked by the double connection of the time and feeling line, like if, in the uncertain balance between tragic oblivion and recollection of the feeling, would exist the only possible dimension, forever.

The performative act seems to get back in the game our inexpressive skills, bringing back our passive presence in the space and time where everything happens or, paradoxically, has already happened and alludes to the duality of a unique and endless experience, which has the goal to grent the survival of the artwork, like Luigi Pirandello afirms throughout doctor Hinkfuss’s works, removing from the stillness of form, dissolving this form within us, in vital movement, giving it life, from time to time different and varied, from one to another. Many life, and not one; like people can presume from continuos discussions which born from not believing this concept: we are the ones who give this life.

OMAGGIO A BEUYS – 2014


2011 | 2012

OPENLEGS ALICE | PALAZZO VALMARANA VICENZA |
U-MAN TRENTO | VENEZIA PALAZZO ZENOBIO

Installazione al neon bianco cm 100×300

ALICE olio su tela, cm 80×140

Alice, olio su tela con elementi metallici cm 30×30

Un diavolo per cappello –

Vittoria Biasi
Roma, 13 settembre, 2006

_________
1Giuseppe O. Longo, “Interferenze”, in Lorenzo Taiuti, Corpi sognanti, l’arte nell’epoca delle tecnologie digitali, Feltrinelli, Milano 2004, pag.

L’osservazione di spazi naturali e l’articolazione degli elementi all’interno della loro aura sono all’origine del percorso di Adolfina De Stefani, che approda ad un concetto di bianco riferito alla realtà, al mondo concreto con cui si confronta senza abbandonarsi ad una dimensione solipsistica.
I materiali della terra, come sassi, rami, tronchi, entrano nella poetica con il loro processo interno di trasformazione e di continuità organica, esaltata da contrasti e tensioni interne rispetto ai piani di riferimento. L’artista compone la sensibilità estetica nel rapporto tra il flusso concreto della vita e la forma, tra i colori naturali e i possibili modi di uso come espressione di un comportamento segreto delle pietre (Contagio Isola del Lazzaretto Nuovo, Venezia 1999) o ponendo in relazione elementi flessibili e ritmati nello spazio, come il bambù, accanto a ferri arrugginiti. Si determina una suggestione fenomenologica, che nell’installazione Dea Reithia (2000), costituita da una serra di ferri con 1200 limoni di plexiglas, trasforma il paesaggio della rovina. L’esperienza artistica pone in dialogo elementi eterogenei secondo un ordine connotato da proprietà fisiche antitetiche e seguendo concetti volti a creare un nuovo senso simbolico di realtà.
Le informazioni visive mettono in moto procedimenti mentali guidati da simbologie tradizionali e incertezze contemporanee a cui corrisponde l’uso di materiali naturali e non, flessibili e rigidi. Inizia una conversione del pensiero verso un principio di unità impossibile, una sorta di implosione, che cerca i passaggi energetici tra la fisicità degli elementi in gioco. In tal senso, la sottrazione cromatica, avviata dal ’98, risponde ad un desiderio di ricerca di corrispondenza reale, racchiuse in un comune denominatore.
La contestualizzazione dell’oggetto nello spazio e la sua capacità di sostenerlo apre un percorso di ricerca ‘altra’, un confronto, un’immersione della propria arte nell’humus della vita, distante dall’enfatizzazione oggettuale e dalla piacevolezza del colore. Gradualmente questo esce dalla scena linguistica per creare un incontro con le verità del corpo, non indagato nella sue qualità fantastiche. Il background nutrito del rapporto con la natura apre una strada nel linguaggio e nella sua formalizzazione. “La tradizione filosofica e scientifica occidentale è basata sulla convinzione che l’intelligenza (o l’anima, o lo spirito o la mente) sia superiore al corpo. ..oggi si assiste a una rivalutazione del corpo….è il corpo ( anzi è il corpo immerso nel suo ampio contesto, anzi è l’universo stesso) a essere un elaboratore di informazioni,di sensazioni, di percezioni …il mondo estroflette un occhio e si guarda…”1
Per Adolfina De Stefani, l’occhio ‘altro’ da cui guardare il mondo e le sue contraddizioni, è il suo bianco, conquistato tra attraversamenti di corpi immersi nello spazio o piantati nella terra, rivelatori di illusioni sociali. Il bianco, la cui supremazia è riconosciuta presso tutte le culture, è il terreno più arduo per conciliare energie divergenti. Il ‘900 è connotato dal linguaggio monocromo. Questo segna il passaggio dalla concezione dell’arte come visione del mondo esterno verso una concezione estetica.
Non è più possibile oggi parlare di monocromia, secondo gli statuti di Carel Blotkamp2, che cercava di stabilire una linea di confine tra le differenti produzioni. Le superfici bianche contemporanee recano il segno dell’impossibilità di collimare istanze e energie. Le superficie bianche di Adolfina De Stefani sono elaborate nel movimento e permettono l’ingresso all’ombra e allo sbarramento del viaggio imprevedibile della luce sulla superficie.
Il percorso di Adolfina De Stefani si inserisce in questa storia silenziosa che, forse a nostra insaputa, si sta tracciando e che condurrà ad elaborare altri valori del bianco.
Questo bianco cerca la sua dimensione altra nel reale, nell’immersione tra la compagine umana.
Forse questo passaggio era già annunciato nella dichiarazione di poetica di Angelo Savelli (1994) quando scrive di “…un atto creativo mosso dal di dentro che sa tutto senza nullo sapere ma trasferisce al gesto del braccio tutto ciò che è necessario per dare il non finito…”distinguendo un concetto di spaziale reale e terreno dall’altro al di là del sublime.
Gli oggetti proposti da Adolfina De Stefani hanno rapporto con il corpo, sono parti di un abbigliamento che mutano l’approccio con l’esterno. I bianchi sono possibili protezioni, una seconda pelle se indossati, punto di confluenza del senso o del desiderio se visti oltre il rapporto con il proprio corpo.
Gli spilli, con le testine bianche, ricoprono il cappello creando una seconda visione del bianco, trascrizione di una condizione, un environnement dinamico che coinvolge lo sguardo in un sottile gioco di relazioni spaziali e volumetriche. Un senso ironico racchiude il percorso dell’artista, che ‘fissa’ i suoi disappunti con gesti elementari e rituali creando una rappresentazione instabile e mutevole. La delicata costruzione è una progettualità spinosa, pungente che riconduce a simbologie sacre e tormenti. Il percorso di pietre infuocate o di chiodi da fachiri è consumato nel luogo dell’arte, come passaggio di forza in disequilibrio sociale.

1Giuseppe O. Longo, “Interferenze”, in Lorenzo Taiuti, Corpi sognanti, l’arte nell’epoca delle tecnologie digitali, Feltrinelli, Milano 2004, pag.4

2 Carel Blotkamp, “Introduction”, in Basically White, Institute Contemporary Arts, London, 1974

The observation of natural spaces and the articulation of the elements within their aura are at the origin of Adolfina De Stefani’s path, which leads to a concept of whiteness referring to reality, to the concrete world with which it is confronted without abandoning itself to a solipsistic dimension.

The materials of the earth, such as stones, branches and trunks, enter into the poetics with their internal process of transformation and organic continuity, enhanced by contrasts and internal tensions with respect to the reference planes. The artist composes his aesthetic sensitivity in the relationship between the concrete flow of life and form, between natural colours and possible ways of using them as an expression of the secret behaviour of stones (ContagioIsola del Lazzaretto Nuovo, Venice 1999) or by relating flexible and rhythmic elements in space, such as bamboo, alongside rusty iron. The result is a phenomenological suggestion, which in the installation Dea Reithia (2000), consisting of a greenhouse of irons with 1200 Plexiglas lemons, transforms the landscape of the ruin. The artistic experience places heterogeneous elements in dialogue according to an order marked by antithetical physical properties and following concepts aimed at creating a new symbolic sense of reality.

The visual information sets in motion mental processes guided by traditional symbologies and contemporary uncertainties to which corresponds the use of natural and non-natural, flexible and rigid materials. It begins a conversion of thought towards a principle of impossible unity, a sort of implosion, which seeks the energetic passages between the physicality of the elements in play. In this sense, the chromatic subtraction, started in ’98, responds to a desire to search for real correspondence, enclosed in a common denominator.

The contextualisation of the object in space and its ability to support it opens up a path of ‘other’ research, a comparison, an immersion of one’s own art in the humus of life, far from the emphasisation of objects and the pleasantness of colour. Gradually this leaves the linguistic scene to create an encounter with the truths of the body, not investigated in its fantastic qualities. The background nourished by the relationship with nature opens a way into language and its formalisation. “The Western philosophical and scientific tradition is based on the belief that intelligence (or soul, or spirit, or mind) is superior to the body. ..today we are witnessing a re-evaluation of the body….it is the body (or rather it is the body immersed in its vast context, or rather it is the universe itself) that is a processor of information, of sensations, of perceptions…the world turns a blind eye and looks at itself… “

For Adolfina De Stefani, the ‘other’ eye from which to look at the world and its contradictions is its white, conquered through crossings of bodies immersed in space or planted in the earth, revelatory of social illusions. White, whose supremacy is recognised in all cultures, is the most difficult terrain for reconciling divergent energies. The 20th century is characterised by monochrome language. This marks the transition from the conception of art as a vision of the outside world to an aesthetic conception.

It is no longer possible today to speak of monochrome, according to the statutes of Carel Blotkamp2 , who sought to establish a borderline between different productions. Contemporary white surfaces bear the sign of the impossibility of colliding instances and energies. Adolfina De Stefani’s white surfaces are elaborated in movement and allow the entry of shadow and the unpredictable journey of light on the surface.

Adolfina De Stefani’s path is part of this silent history that, perhaps unbeknownst to us, is being traced and that will lead to the elaboration of other values of white.

This white seeks its other dimension in the real, in the immersion among the human structure.

Perhaps this passage was already announced in Angelo Savelli’s declaration of poetics (1994) when he writes of “…a creative act moved from within that knows everything without knowing anything but transfers to the gesture of the arm all that is necessary to give the unfinished…” distinguishing a concept of real and earthly space from another beyond the sublime.

The objects proposed by Adolfina De Stefani have a relationship with the body, they are parts of clothing that change the approach to the outside world. The whites are possible protections, a second skin if worn, a point of confluence of meaning or desire if seen beyond the relationship with one’s own body.

The pins, with their white heads, cover the hat, creating a second vision of white, a transcription of a condition, a dynamic environnement that involves the gaze in a subtle play of spatial and volumetric relations. An ironic sense encloses the artist’s path, who ‘fixes’ his disappointments with elementary and ritual gestures, creating an unstable and changeable representation. The delicate construction is a thorny, prickly design that leads back to sacred symbologies and torments. The path of burning stones or fakirs’ nails is consumed in the place of art, as a passage of force in social unbalance.


PASSEGGIATA EFFIMERA tra arte, vita, moda e ambiente | Montegrotto Terme (PD) Palazzo del Turismo – e Area Archeologica Romana | 12 giugno – 2 luglio 2005. a cura di Adolfina de Stefani presente con una installazione e performance.

Un momento artisti che fa balzare la località termale padovana in una situazione artistica che di solito troviamo in spazi più abituati all’arte avanzata. Una sferzata per chi tende sulla linea della consuetudine. Quindi il sostantivo passeggiata tende a sottolineare un qualcosa di leggero, di meno opprimente ma non di effimero. Una passeggiata come percorso da uno spazio chiuso ma non limitante ad uno spazio aperto. Il percorso interno non è indice di frattura ma di continuità e probabilmente la lettura può essere interpretata a doppio senso senza invalidarne il significato. Le installazioni si addicono alla situazione e sottolineano questo senso / sentimento. L’installazione non come provvisorietà, ma situazione di scelta operativa come indice di indipendenza. E non mai isolata, fine a se stessa. Spesso costituisce un connubio con la natura. Dove il corpo diventa elemento di un insieme e non ruolo dominante/predominante. I guasti sono sotto gli occhi di tutti. Quindi una passeggiata percorso che diventa offerta di salvezza per noi occidentali. Uno zen, una catarsi. Un sogno? Noi ci crediamo. Giancarlo Da Lio

DEA REITHIA | 2000, installazione, plexiglass cm 200, disco di ferro diametro 50, foglia d’oro


2005

PASSEGGIATA EFFIMERA 3 – MONTEGROTTO TERME (PD)
a cura di Adolfina de Stefani -un momento della presentazione del libro AUTOBIOGRAFIA INVENTATA con


GIOIELLI d’ARTE
a cura di  Cristina Rossi –
SCOGLIO DI QUARTO Gallery – via Scoglio di quarto, 4 MILANO

Tutto può essere ispirazione: una pietra, una nota musicale, un brandello di stoffa, il forex: gli artisti che espongono le loro sculture/gioiello nello spazio di Scoglio di Quarto hanno posto a se stessi la sfida che il concetto stesso di gioiello impone. un oggetto di desiderio “inutile” e al tempo stesso irrinunciabile per l’emozione che il gesto creativo gli conferisce: incidere, scolpire, scavare una materia che trasformandosi nelle loro mani diviene altro, luogo in cui simboli, mondi, colori, si mescolano.

Se “un gioiello è per sempre”, recita la pubblicità a sottolineare quanto l’aspetto simbolico pervada questi particolari oggetti, queste sculture evocano un “sempre”, recita la pubblicità a sottolineare quanto l’aspetto simbolico pervada questi particolari oggetti, queste sculture evocano un “ da sempre”, sentimento del remoto che si fa immagine, sogno che si è cristallizzato da sempre e ora si presentifica.
POLLINI E FRUTTI NEL MELOGRANO DI ADOLFINA DE STEFANI, realizzati solo per essere colti.
Sono preziosi non perché impreziosiscono o abbelliscano, ma perché depositari di un’eccellenza, come quella dei capolavori, nel senso etimologico del termine, ovvero il lavoro di saggio che l’operaio doveva compiere prima dell’assunzione definitiva da parte del maestro artigiano.
Una libertà nuova, un rigore che viene dall’esperienza, un’eleganza che ne è la risultante.

Maggio 2004                                                                                                        Cristina Rossi

GIOIELLI, melagrane con spilli di acciaio e perle


CONTATTO/CONTAGI | INSTALLAZIONE – ISOLA LAZZARETTO NOVO – VENEZIA artisti Adolfina de Stefani, Antonello Mantovani, Valerio Vivian, Rodolfo La Porta 8 luglio 30 ottobre


Omaggio a Pierre Restany – Fondatore del movimento del Nouveau Réalisme all’inizio degli anni sessanta, è stato presente con numerosi interventi, saggi, mostre e provocazioni intellettuali nel dibattito culturale e artistico della seconda metà del secolo.